PSICOLOGIA DEL BENESSERE

PSICOLOGIA DEL BENESSERE

“Nella mia esperienza clinica, mi sono trovato presto a ripetere in continuazione ai miei studenti “Se non capite che cosa sta facendo soffrire un bambino, chiedeteglielo, può essere che ve lo dica” . E spesso il bambino lo fa.Sebbene mai risulti facile ad un clinico mettersi quieto e ascoltare quello che sta dicendo un bambino. Per far ciò deve spazzare via i suoi pregiudizi linguistici su cosa le parole vogliano veramente dire e fare attenzione a cosa vuole dire il bambino. Deve pure mettere da parte le intuizioni diagnostiche su quale genere di materiale da imballaggio abbia impacchettato il bambino. E lo stesso vale nell’ ascoltare gli adulti, che è anche più difficile. Spesso l’adulto stesso ha perso da molto tempo la traccia di quello che aveva cominciato a dire tanti anni addietro. Quando incontra il clinico, può solo ripetere parole e parole, emettendo suoni che echeggiano in maniera monotona nel vuoto lessicale. Se oggi sviluppiamo una psicologia dell’uomo dal suo specifico punto di vista, una psicologia dell’uomo in sé, dovrà essere né un tipo di psicologia basata sul pregiudizio, né una basata sull’oggettività. Ripeto: né pregiudiziale né oggettiva! In nessun caso può essere il tipo di psicologia che, con la presunzione di essere oggettiva punta ad un uomo e dice: “Quella cosa lì fuori la voglio pungolare. Voglio vedere come salta in aria”. Piuttosto dovrà essere un tipo di psicologia sperimentale che ci renda in grado di guardare verso una persona e dire: “Ecco come è fatto un uomo. Ecco come il mondo appare attraverso i suoi occhi. Ecco il significato del suo comportamento. Ecco il suo schema di interpretazione del rapporto causa – effetto. Ecco, infine, la mente dell’uomo”.

(George Kelly)

IL BICCHIERE MEZZO PIENO

“Da un essere umano, che cosa ci si può attendere ? Lo colmi di tutti i beni diquesto mondo, lo si sprofondi fino alla radice dei capelli nella felicità, e anche oltre, fin sopra la testa, tanto che alla superficie della felicità salgano solo bollicine, come sul pelo dell’acqua; gli si dia da vivere,al punto che non gli rimanga altroda fare che dormire divorare dolci e pensare alla sopravvivenza dell’umanità; ebbene, in questo stesso istante, proprio lo stesso essere umano vi giocherà un brutto tiro, per pura ingratitudine, solo per insultare. Egli metterà in gioco perfino i dolci esi augurerà la più nociva assurdità, la più dispendiosa sciocchezza, soltanto per aggiungere a questa positiva razionalità un proprio funesto e fantastico elemento. Egli vorrà conservare le sue stravaganti idee, la sua banale stupidità…”

Queste parole uscirono dalla penna dell’uomo che Friedrich Niezsche considerava il più grande psicologo di tutti i tempi: F. M. Dostoevskij ed essere esprimono ciò che la saggezza popolare conosce da sempre : nulla è più difficile che sopportare una serie di giorni felici. Ci vuole impegno, tenacia e perseveranza per riconoscere prima e sopportare poi, l’idea che i nostri giorni possano essere gioiosi. L’esercizio costante del vedere le cose che ci sono capitate e che ci sono piaciute, gli incontri o semplicemente gli sguardi che ci hanno gratificato durante la giornata, non è cosa semplice da applicare. Tendiamo sempre a parlare dei “guai”, ad enfatizzare l’attenzione sugli “ incidenti”, ad utilizzare la “Psicologia Nera”, cioè quella tendenza ad occuparci e preoccuparci dei pensieri e degli eventi negativi, con l’intento scaramantico più o meno consapevole di allontanarli da noi ma con l’effetto di concimare il giardino delle paure e delle ansie.

E’ cosi difficile vedere il bicchiere mezzo pieno ?

Direi proprio di si, pensate quante volte iniziate una frase dicendo “niente” “non so” , pensate quanto è più facile sapere ciò che non si vuole invece che riconoscere ciò che si desidera, pensate a quanto è facile vedere i difetti degli altri e quanto è faticoso ammetterne i pregi . Il Pensiero Positivo implica l’ impegno di cogliere il presente e di riconoscerne gli aspetti gradevoli, sforzarsi di trovare “ ciò che è più comodo anche quando sono scomodo”, si parla molto ultimamente di – confort zone-­‐ intesa come un rifugio (spesso virtuale) in cui ci permettiamo di sentirci a nostro agio, ma perché non concederci di cercare agio nel nostro quotidiano.

Allenarci a ridefinire positivamente le nostre giornate, ci permette di ricaricarci di risorse ma certo porta con se la fatica di volerci bene. Chi ci rimette se mentre aspetto l’autobus che non passa mi avveleno con pensieri di rabbia e chi ci guadagna se nella medesima situazione, occupo il tempo per leggere qualcosa, chiamare l’amico che non sento da tempo o organizzo la lista della spesa?

La gioia la si fa, si costruisce giorno per giorno, ognuno a suo modo, la società in cui viviamo ci condiziona e ci porta a vedere il mondo in termini di paura, di complicanza, di perdita di noi, quindi dobbiamo cambiare il modo di vedere il nostro mondo. Non è importante quello che fai, ma il modo in cui lo fai, molte persone raggiungono soddisfazioni sociali ma questo non li porta a stare bene, a essere soddisfatti di se , a vedersi /volersi bene.

Quando siamo saturi da cose o dal fare è più difficile trovare una dimensione interna per stare bene, siamo saturi e contemporaneamente proiettati al cercare fuori da noi le risposte, attribuendo a oggetti o a situazioni il nostro stare bene o stare male, invece di riconoscerci il potere dentro di noi di vedere il meglio. La gioia non è la felicità che risponde ad uno stimolo, la gioia è una dimensione interna che si amplifica e si rinforza nello stare insieme, nel condividere il positivo con gli altri.

Riprendendo Dostoesvskij nulla è più difficile che sopportare una serie di giorni felici, ma la domanda che più spesso mi viene rivolta è:”come si fa a stare bene? La riposta difficile da accettare è” vivere il presente e cercare il positivo in ogni situazione”.

Non si è stupidi se si fa questo esercizio anzi si diventa saggi, ma certo un po’ di impegno bisogna metterlo.