Novità

PSICOLOGIA AL FEMMINILE

 

chiara_miamiRispetto al passato, il cambiamento della donna e della sua funzione nella società occidentale, è stato esponenziale e la presenza femminile è sempre più ampia in ogni settore. Il processo è stato lungo e difficile e, tuttora, nonostante l’apparenza, è in continuo e faticoso divenire. La vecchia rappresentazione della donna e dei suoi antichi ruoli è tuttora dura a morire e troppo spesso entra in conflitto con l’universo maschile a molti livelli, sia per quanto riguarda l’ambito domestico, che il mondo del lavoro e della cultura più in generale.

Questo accade nonostante oggi, grazie ai progressi scientifici legati alle moderne tecnologie in ambito medico, numerose ricerche convergano sulla sostanziale uguaglianza tra cervello femminile e maschile, i quali si differenziano prevalentemente nel modello d’organizzazione e nelle procedure d’elaborazione e risposta delle informazioni provenienti dall’esterno. Il modo di essere dei due sessi si declina, quindi, grazie ad aspetti morfologici e funzionali che si traducono, per le donne, in una maggiore capacità di integrazione del pensiero, in migliori capacità di valutazione nel raggiungimento di obiettivi ed in superiori capacità intuitive.

Legata quindi a molteplici fattori, la peculiare psicologia della donna richiede una conoscenza specifica del carattere femminile e delle vicende storiche che tuttora esercitano una forte influenza nel presente; la cultura dominante e la religione hanno profondamente influenzato la psiche femminile, unitamente alle tematiche inerenti le tappe del ciclo di vita ed i compiti di sviluppo loro connessi. Le donne, oltre alla loro vita lavorativa, possono infatti essere mogli o compagne o madri alle prese con la gestione di molteplici incombenze quotidiane per soddisfare i bisogni dei familiari, e viene a loro delegata spesso indirettamente la funzione di equilibrio emotivo all’interno del sistema famigliare: figli, mariti, compagni, genitori anziani.

Esse sono quindi confuse sulla loro identità e sulle loro reali possibilità: il quotidiano è frequentemente segnato dal silenzioso sacrificio di sè e da una solitudine che troppo spesso non emerge e non viene condivisa nè in famiglia nè nelle relazioni amicali. Un supporto psicologico competente ed efficace aiuta a sciogliere importanti nodi critici, quali ad esempio la sensazione di eccesso di responsabilità e quella di “non farcela”, il senso di colpa, il non sentirsi riconosciute dal partner e dai figli…e far emergere bisogni e paure allo scopo di accrescere quella consapevolezza di sè che può portare a valorizzare il significato di essere nel mondo come donna e condurre a scelte più coraggiose e vincenti.

Presso la nostra Equipe, oltre al sostegno psicologico individuale, focalizzato specificamente sul femminile, si conducono gruppi di auto-mutuo aiuto, un’opportunità per realizzare pienamente la propria individualità, ma anche per approfondire conoscenza e consapevolezza.

 

WALKING PSICOTEAM THERAPY, FARE TERAPIA CAMMINANDO (ALL’INTERNO DEI PARCHI ROMANI E SUL TEVERE A OSTIA ANTICA)

 

IMG-20170207-WA0000_La Walking-Talking Therapy è uno tra i metodi più efficaci per allentare le tensioni e recuperare l’equilibrio, spesso messo a dura prova dallo stress della vita quotidiana. Camminare aiuta la concentrazione, liberando dalle tensioni. Attraverso questa tecnica è possibile lavorare sulle emozioni distruttive, riducendo i livelli di ansia e nervosismo, migliorare l’umore depresso, gestire meglio la rabbia, affrontare i problemi di dipendenza e, in generale, favorire il pensiero positivo e la creatività, con importanti ripercussioni anche sulla pressione sanguigna, sul sistema immunitario e, quindi, sul benessere fisico generale. Si apprende come dirigere la propria attenzione, di momento in momento, a quello che succede nel proprio corpo e nell’ambiente circostante, in modo diverso da quello abituale, connettendosi al presente e alla visualizzazione dell’orizzonte aperto davanti a se.

La maggior chiarezza che si riesce ad acquisire porta come risultato una rinnovata capacità di trovare soluzioni efficaci a problemi che spesso vengono vissuti come schiaccianti, migliorando quindi le relazioni interpersonali, la vita familiare e lavorativa. Il rapporto con la natura è di per sé terapeutico e percepire l’intima connessione con tutto ciò che ci circonda, genera un profondo sentimento di serenità e di libertà: il corpo è la nostra stessa storia e il camminare nel silenzio fa succedere qualcosa di grande dentro di noi e proprio da lì, dalla nostra interiorità, può iniziare un processo di trasformazione emozionale e psichica.

La Walking-Therapy è adatta a chi desidera intraprendere un percorso di crescita personale, ma è altrettanto valida per numerosi disturbi, in particolare quelli corporei e dell’umore, con specifica indicazione per problematiche legate all’ansia, come gli attacchi di panico e le fobie.

Piscoteam organizza percorsi di gruppo e individuali, con frequenza settimanale e/o quindicinale, seguiti poi da un momento di presa di coscienza del proprio vissuto e da uno spazio di confronto reciproco, tutto all’interno dei bellissimi parchi romani o lungo il Tevere nel paesaggio storico e naturale di Ostia Antica.

Se vuoi maggiori informazioni su date e luoghi degli incontri contattaci.

 

DANZATERAPIA

 

IMG_1671_

© foto di Daniele Chaize

Certe cose si possono dire con le parole, altre con i movimenti, ma ci sono anche dei momenti in cui si rimane senza parole, completamente perduti e disorientati, non si sa più che cosa fare. A questo punto comincia la danza.
Pina Baush

La danzaterapia fa parte delle Arti Terapie, discipline di matrice artistica e sociale, la cui pratica professionale fa riferimento alla Norma UNI 11592:2015, ai sensi della legge 4/2013.

L’associazione Professionale Italiana di Danza Movimento Terapia (Dmt) definisce la danza movimento terapia come una disciplina specifica, orientata a promuovere l’integrazione fisica, emotiva, cognitiva e relazionale, la maturità affettiva e psicosociale e la qualità della vita.

La specificità di questa disciplina si riferisce al linguaggio del movimento corporeo, della danza che, uniti al processo creativo, diventano le principali modalità di promozione dei processi interpersonali finalizzati alla positiva evoluzione dell’individuo.

Il corpo è, per ognuno di noi, il ponte con gli altri e con il mondo esterno. Emozioni, pensieri e stati d’animo si riflettono sul viso, nei gesti, nella postura, e nello spazio che creiamo tra noi e gli altri.

Ogni corpo racconta una storia, ogni corpo è una narrazione nel mondo unica ed irripetibile, un racconto che vale la pena di vedere, conoscere ed ascoltare…

Il corpo, inoltre, è il luogo di origine della comunicazione e della relazione, comprendere il linguaggio del corpo significa acquisire una maggiore chiarezza nei rapporti interpersonali e conoscere meglio anche se stessi.

Attraverso le esperienze e le tecniche di danzaterapia rapidamente emergono le implicazioni emotive della relazione, si affinano nel rispecchiamento le capacità empatiche, la relazione trova parola nel gesto, si rivelano le dinamiche, si sviluppano creativamente nuovi stili di relazione e di socialità e il corpo inizia a raccontare di sè!

Il movimento viene inteso come mezzo per scoprire il corpo e le sue possibilità espressive, non si limita e non riduce il suo ruolo all’apprendimento motorio meccanico e codificato di schemi più o meno biologicamente determinati, ma tende a riconsegnare alla persona unicità espressiva.

È utile nel trattamento di diversi disturbi somatici, psicologici e relazionali: timidezza, stress, ansia, malattie psicosomatiche, disturbi del comportamento alimentare, dipendenze, difficoltà di apprendimento e tanti altri.

La danzaterapia è una tecnica facile e piacevole, adatta a persone di ogni età e condizione psicofisica. Non è necessario aver frequentato corsi di danza, né essere particolarmente allenati, può essere praticata da bambini, adolescenti, adulti e anziani.

Danzare è alla portata di tutti, perché il corpo è il punto di connessione tra comunicazione e relazione.

L’equipe di Psicoteam organizza workshops e incontri di gruppo.

Per maggiori informazioni sui luoghi e date di incontri contattaci.

 

DISTURBO OPPOSITIVO PROVOCATORIO, ALTO POTENZIALE COGNIVO
DOP, ATP O CAPRICCI DA MONELLO?

Dott.ssa Gabriella Merenda

 

“ I bambini precoci (e/o dop ) non sono esattamente come gli altri, ma come gli altri sono bambini ”
Dr. Olivier Revol.

La scuola, materna e elementare è il primo ambito che richiama l’ attenzione dei genitori sui comportamenti “strani “ che fino a quel momento venivano considerati come vivacità, capricci, irrequietezza.

La difficoltà del bambino di condividere le regole, la rabbia contro gli adulti e i compagni, l’impotenza dei genitori nel gestire la situazione, queste sono le parole attraverso le quali i genitori descrivono la fase in cui si trovano quando arrivano in studio.

Io non amo le “definizioni” ancora di meno quando si tratta di bambini, attaccare un’ etichetta in età così precoce, implica il rischio che ci si dimentichi della persona e si porti avanti, magari per tutta la vita, la con-vinzione di essere malato.

Gli stessi “richiami” possono essere indicatori di situazioni diverse.

Intanto partiamo dell’assunto di base che i bambini dovrebbero essere vivaci, allegri, curiosi e magari anche liberi di muoversi in ambiti protetti. Utilizzo il condizionale perché nella nostra società, la mancanza di tempi degli adulti e i ritmi del quotidiano, portano i nostri figli ad avere le giornate occupate dall’alba al tramonto, con la costante presenza di un adulto che propone quasi sempre regole e comportamenti. In più la tecnologia, propone passatempi statici ,immobili davanti a se stessi, che non permettono ne di amplificare le capacità relazionali, ne di scaricare energia e vivacità. In questa cornice generale di cambiamento di stili di vita è importante dare uno sguardo a quei segnali che indicano difficoltà e ad altri che magari segnalano solo una peculiarità, una caratteristica che fa di quel bambino la sua unicità.

I sintomi però vanno definiti e riconosciuti per attuare l’intervento più opportuno ed efficace per tutto il sistema famiglia e per il piccolo.

Il bambino con il DOP, cioè con disturbo oppositivo provocatorio, ha difficoltà ad interagire con gli altri, a-dulti e coetanei. Sfida i genitori e gli adulti che se ne occupano, spesso istigando e cercando il modo per generare irritazione. Le regole lo innervosiscono, mettendosi sullo stesso piano degli insegnanti, è permaloso e si arrabbia di frequente anche per futili motivi, per arrivare a litigare. Non sopporta il rifiuto e ha bisogno di stare al centro dell’attenzione. E’ capriccioso, sbatte i piedi e piange, è spesso rancoroso e cerca di vendicarsi dei torti che pensa di aver subito, poiché ha un atteggiamento vittimistico e pessimistico in cui gli altri hanno sempre colpa del suo star male. Spesso ci sono disturbi di apprendimento correlati a questa struttura di personalità.
Non è facile stabilire le cause di questo disagio, si ipotizzano più fattori:

A) potrebbe essere causato dai bassi livelli dei neurotrasmettitori nel cervello che controllano la gestione del giudizio, del ragionamento e dell’impulso. Questo potrebbe provocare il fraintendimento dei segnali sociali degli altri e reagirvi con ostilità. (Fattori biologici)

B) potrebbe avere un collegamento genetico, visto che si verifica spesso nelle famiglie con precedenti di questo tipo. Il DOP tende anche ad essere predominante nei bambini che hanno genitori con disturbi da deficit di attenzione, iperattività, disturbo bipolare, depressione o problemi di abuso di sostanze.(Fattori Genetici)

C) può essere causato da fattori familiari disfunzionali, come il divorzio, conflitti coniugali, violenza in fami-glia o abusi sui minori. Il DOP potrebbe anche derivare da una modalità relazionale, comunicativa e affetti-va, in cui ci sono modelli educativi incoerenti, che alternano richieste di rigida disciplina a stili di vita confu-sionari che modificano velocemente regole e norme stabilite.(Fattori Familiari)

Sicuramente le ricerche cliniche , evidenziano alcune caratteristiche di stili familiari che si riscontrano come elemento comune in situazioni diverse.

I genitori o chi si prende cura dei bambini (spesso i nonni) sono troppo permissivi, non ci sono regole definite, c’è una mancanza di NO chiari e indiscutibili, che impedisce al bambino di capire quali saranno le risposte degli adulti alle sue azioni.

I genitori sono incoerenti nella relazione con il figlio, si fanno molto condizionare dai loro stati emotivi, al-ternando punizioni e ricompense senza una ragione precisa, in funzione della loro stanchezza e dei loro bi-sogni.
La coppia parentale trascura il figlio reale, cioè si coltiva un’ immagine mentale del figlio che non corri-sponde al proprio bimbo , questo porta a sentimenti di delusione e ad abbassare le aspettative, quindi Il rapporto genitori-figli è freddo e poco comunicativo.

Di conseguenza i genitori, forse per la volontà di non apparire opprimenti, lasciano molta libertà al bambi-no, arrivando a non mostrare il giusto grado di interesse per le sue attività, i suoi pensieri, i suoi stati d’animo. Questa mancanza d’informazioni impedisce loro di conoscere bene il figlio e soprattutto li mette nell’impossibilità di comprendere il problema che egli manifesta.

O in alternativa, le famiglie esasperate, credono di poter contrastare l’aggressività dei figli facendo uso di punizioni corporali. Si attua un braccio di ferro nella speranza che il bambino riduca la propria aggressività, provocando l’effetto contrario, infatti se il bambino è già di per sé aggressivo, la punizione non farà altro che rafforzare ancor più questa sua tendenza, si propone un modello attraverso l’aggressività per imporre la propria volontà.

Alla luce di quanto detto fin’ora è evidente che l’intervento deve attuarsi con i genitori, con il bambino e con la scuola. Bisogna lavorare insieme per rinforzare la capacità del bambino, aiutare i genitori a trovare il giusto approccio e la scuola nell’intervento che tenga conto anche dei bisogni del gruppo.
Esistono dei protocolli, come il:

Il parent-management training , che aiutano i genitori in modo pratico a fronteggiare i comportamenti del proprio figlio in modo positivo e prevedono tecniche disciplinari e una supervisione adatta all’età del bam-bino. E’ importante però, la richiesta di aiuto e la relazione che si crea tra terapeuta e famiglia, le tecniche sono insufficienti a produrre il cambiamento , se non si instaura una relazione empatica e di supporto a chi soffre , e in queste situazioni tutti soffrono.

Anche la Token-Economy trova applicazione sia nel rapporto individuale sia nel contesto gruppale, e si fonda sull’attribuzione o la sottrazione di un rinforzo simbolico al manifestarsi di un comportamento adattivo o disfunzionale prestabilito; in altre parole si tratta di uno scambio tra rinforzi simbolici e rinforzi si sostegno. Bisogna però aiutare il bambino a definire quali sono i comportamenti positivi, producendo un buon numero di stimoli di rinforzo alla sua idea di essere un “buon bambino”. Essendo un rinforzo che arriva dell’esterno , mirato a sostituire un comportamento inadeguato con uno adeguato, si deve lavorare attraverso l’accordo reciproco, per un tempo circoscritto. Questa tecnica deve essere supportata da un lavoro con e sul bambino, per aiutare la sua capacità di problem solving, per trovare risorse emotive nuove e diverse dalla rabbia, che lo portino a costruire relazioni positive con gli altri.

Alcuni bambini però di particolare talento, potrebbero agire comportamenti simili a causa della loro parti-colare sensibilità che li porta a essere fraintesi. L’equivoco deriva dal fatto che i bambini il cui quoziente intellettivo è nella fascia medio-alta (tra 100 e 125/130) attivi, attraenti, con buone competenze linguistiche, che iniziano a leggere e scrivere facilmente verso i 6 – 7 anni, sono talvolta identificati dagli insegnanti come bambini ad alto potenziale, quando in verità si tratta di bravi allievi, applicati e socievoli (spesso si confonde, a torto, l’efficienza cognitiva con l’efficacia scolastica).

In realtà il ragazzo ad alto potenziale cognitivo (QI tra 125/130 e 160) è spesso un bambino difficile che ha incontrato rapidamente dei problemi d’integrazione nella scuola. In classe, l’allievo ad APC evita, in generale, di farsi notare troppo performante; consapevole della sua differenza, cerca di nasconderla facendo a volte volontariamente degli errori. Egli non ama imparare a memoria, è raramente un bravo studente. Contando esclusivamente sulla sua memoria, manca di metodo e d’organizzazione, è insaziabile sugli argomenti che lo appassionano e cambia spesso i suoi centri d’interesse. Il suo sviluppo motorio non è in rapporto con la sua precocità intellettuale, scrive male, è spesso maldestro nelle attività manuali o sportive e il lavoro scolastico è ben lungi dall’essere soddisfacente. I suoi insegnanti dicono che “potrebbe fare di meglio.” Questo scrive l’ Association Suisse pour les Enfants Précoces (ASEP) Associazione Svizzera per i bambini ad alto potenziale cognitivo, in una interessante guida dalla quale prendo spunto anche per quanto riguarda la necessità che questi bambini vengano riconosciuti. L’associazione infatti scrive:

E’ importante che il ragazzo venga depistato tramite un test psicometrico e quindi riconosciuto e accettato in quanto tale. Sentendosi differente, il ragazzo AP si svaluta facilmente, e ne deriva una scarsa autostima, fenomeno osservato frequentemente nei soggetti fuori dalla norma. E’ anche bene non dare per scontate le sue competenze, a causa del suo alto potenziale, ma complimentarlo e valorizzarlo come tutti gli altri allievi, quando dà buoni risultati. Questi bambini sensibili hanno bisogno di sentirsi incoraggiati e sostenuti dalle loro famiglie e dai loro insegnanti, come tutti i bambini. La differenza sta nel fatto che il bambino AP, essendo considerato molto intelligente, può essere più facilmente lasciato solo, dato che l’attenzione degli adulti viene focalizzata in modo più automatico sugli allievi che presentano evidenti difficoltà di apprendimento.

Concludendo direi che una buona educazione emotiva , cioè il riconoscimento dei bisogni e ”l’allenamento” a dare voce ai propri sentimenti, con ricchezza di vocaboli e di relazioni significative è necessaria per ogni bambino che ci segnala un “suo particolare bisogno”, recenti studi (La comprensione della mente nei bambini-Ornaghi,Grazzani Gavazzi) hanno evidenziato come l’attenzione alla sfera emotiva riduca le difficoltà o nei casi citati precedentemente sia necessaria per risolverle e per rinforzare le future fasi della vita.

 

Cosa facciamo